Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > bdsm > Il principe - Cap.24 - Le punizioni
bdsm

Il principe - Cap.24 - Le punizioni


di the_extension
09.03.2026    |    631    |    0 8.0
"Verso l’alba, quando la luce grigia iniziò a filtrare dalle sbarre, Mira parlò di nuovo..."
La regina Isolde non aspettò che commettessimo un altro errore per alzare il livello. Il quarto giorno, entrò nella stanza all’alba - prima ancora del rituale del mattino - con un’espressione diversa: non solo fredda, ma quasi eccitata. Portava con sé un piccolo baule di legno scuro, chiuso con un lucchetto d’argento. Lo posò sul tavolo basso e lo aprì con una chiave che portava al collo.
Dentro c’erano nuovi oggetti: una frusta più lunga e sottile di cuoio intrecciato, pinze per capezzoli con pesi, un plug anale di metallo freddo e pesante, una catena corta con morsetti, un collare di ferro più spesso con anello centrale, e una piccola cassa di legno con lucchetto interno - per "oggetti personali" che lei avrebbe deciso.
"Le regole cambiano," disse, la voce bassa e tagliente. "Avete dimostrato di poter sbagliare. Ora vi mostro cosa succede quando lo fate."
Si sedette sulla poltrona, sollevò l’abito fino alla vita, ma non si masturbò subito. Indicò il baule.
"Da oggi, ogni errore - esitazione, ritardo, orgasmo non permesso, sguardo sbagliato - scatena una punizione più severa. Non solo la cella. La cella diventa il luogo della punizione vera."
Fece un cenno a Thorne.
"Tu per primo. Hai esitato ieri pomeriggio. Punizione: catena e plug."
Thorne si alzò, andò al centro della stanza. Isolde gli mise il collare di ferro al collo - più pesante del nostro - e agganciò la catena corta al muro della cella, lasciando solo pochi centimetri di movimento. Poi prese il plug di metallo freddo, lo lubrificò con olio e lo infilò nel culo di Thorne con un colpo deciso. Lui gemette forte, il corpo che si tendeva, ma non protestò.
"Lo tieni tutto il giorno," disse Isolde. "E questa notte, nella cella, ti lego alla catena e ti lascio lì con il plug. Senza coperte. Senza acqua. Solo il freddo e il peso."
Poi si voltò verso Mira.
"Tu hai gemuto troppo forte ieri sera. Non hai chiesto permesso. Punizione: pinze e pesi."
Prese le pinze per capezzoli con pesi. Le applicò sui capezzoli gonfi di Mira, stringendo fino a farla sussultare. Poi agganciò i pesi: piccoli dischi di metallo che tiravano verso il basso. Mira gemette piano, il latte che colava dai capezzoli stretti.
"Le tieni fino a sera," disse Isolde. "Ogni ora, aggiungo un peso. Se cadi o ti lamenti, la cella con Thorne."
Infine me.
"Elara, hai guardato Thorne troppo a lungo ieri. Non hai tenuto gli occhi bassi. Punizione: frusta e cella."
Prese la frusta sottile. Mi fece chinare sul tavolo, culo in aria. Cinque colpi secchi sulle natiche - non troppo forti da rompere la pelle, ma abbastanza da lasciare strisce rosse brucianti. Ogni colpo era preciso, calcolato. Io morsi il labbro, non gridai.
"Stasera tutti e tre nella cella," concluse Isolde. "Legati insieme. Catena al collo di Thorne, pinze su Mira, segni di frusta su di te. Dormirete così. Senza pagliericcio. Solo pietra. E se uno si lamenta, aggiungo un giorno."
Si masturbò davanti a noi, lenta, guardandoci puniti. Venne con un sospiro basso, poi si alzò.
"Le punizioni sono per ricordarvi: io comando. Voi obbedite. O soffrite."
Uscì.
Restammo lì: Thorne incatenato con il plug nel culo, Mira con le pinze e i pesi che tiravano i capezzoli, io con le natiche in fiamme.
La porta della cella si chiuse con un clangore definitivo. La chiave girò due volte. Il buio fu immediato e totale, rotto solo da una striscia di luce arancione che filtrava dalle sbarre dalla torcia nel corridoio esterno. La pietra sotto i piedi era gelida, umida, e l’aria puzzava di muffa e ferro arrugginito. Non c’era pagliericcio, non c’erano coperte. Solo il pavimento nudo, il secchio vuoto in un angolo, e noi tre nudi, puniti, incatenati al nostro stesso silenzio.
Thorne era legato per primo: la catena corta agganciata al collare di ferro intorno al collo, fissata al muro a circa un metro di altezza. Non poteva stare in piedi dritto né sdraiarsi completamente - doveva rimanere in ginocchio o chinato, il plug metallico nel culo che gli pesava come un rimprovero costante. Ogni movimento lo faceva gemere piano: il metallo freddo che premeva sulle pareti interne, il collare che tirava quando provava a spostarsi.
Mira aveva le pinze sui capezzoli, i pesi che dondolavano a ogni respiro. Il metallo stringeva forte, la pelle arrossata e gonfia, il latte che colava lento dai capezzoli torturati e cadeva sul pavimento in gocce bianche. Non poteva togliere le mani per alleviare il dolore: Isolde le aveva legate dietro la schiena con corde di seta nera, strette ma non abbastanza da fermare la circolazione - solo da ricordarle la punizione.
Io avevo le natiche in fiamme: cinque strisce rosse dalla frusta sottile, brucianti come fuoco lento. Ogni volta che mi muovevo, la pelle tirava e pulsava. Non potevo sdraiarmi sulla schiena. Dovevo stare su un fianco o in ginocchio, il freddo della pietra che mi mordeva la carne viva.
Ci sedemmo il più possibile vicini, corpi premuti l’uno contro l’altro per rubare calore. Thorne al centro, incatenato, Mira a sinistra con le pinze che le tiravano i seni, io a destra con le natiche doloranti. Le nostre gambe si intrecciarono, le braccia intorno alle spalle degli altri. Il contatto era l’unica cosa che teneva lontano il gelo.
Per ore nessuno parlò. Solo respiri lenti, gemiti soffocati quando uno si muoveva e la punizione ricordava la sua presenza. Thorne gemeva ogni volta che il plug si spostava dentro di lui. Mira sussultava quando i pesi dondolavano, il latte che colava più abbondante per la pressione. Io stringevo i denti ogni volta che la pietra sfregava le strisce sulla pelle.
Verso mezzanotte Mira ruppe il silenzio.
"Fa freddo," sussurrò. Non era una lamentela. Era un’osservazione.
Thorne annuì, la catena che tintinnava piano.
"Stringiamoci di più," dissi io.
Ci spostammo: Thorne si chinò in avanti, il plug che lo faceva gemere. Mira si rannicchiò contro il suo petto, i pesi che premevano sui seni di lui. Io mi misi dietro Mira, il mio corpo premuto contro la sua schiena, le braccia intorno alla vita di lei e di Thorne. I nostri respiri si sincronizzarono. Il calore dei corpi nudi era poco, ma bastava a non tremare.
Mira girò la testa verso di me.
"Non fa male quanto pensavo," disse piano. "Il dolore... è solo dolore. Non tocca il vuoto."
Thorne le baciò la fronte.
"Resistiamo," sussurrò.
Io non dissi niente. Solo strinsi di più.
La notte passò lenta. Non dormimmo davvero. Ci alternavamo in un sonno leggero, svegliandoci ogni volta che uno si muoveva e la punizione ricordava la sua presenza. Thorne gemette quando provò a sdraiarsi: la catena tirò il collare, il plug premette più profondo. Mira sussultò quando i pesi oscillarono, il latte che colò sul petto di Thorne. Io strinsi i denti quando la pietra sfregò le strisce sulle natiche.
Verso l’alba, quando la luce grigia iniziò a filtrare dalle sbarre, Mira parlò di nuovo.
"Quando usciamo... continueremo i rituali. Senza errori. La regina comanda. E noi... obbediamo."
Thorne annuì.
Io annuii.
La porta si aprì all’alba. Isolde entrò, guardò la scena: noi tre stretti, corpi segnati, occhi stanchi ma non spezzati.
"Avete imparato?" chiese.
Annuiamo.
"Bene. Uscite. Ripetete i rituali oggi. Senza errori. O la cella durerà due notti."
Ci sleghiamo. Thorne con il plug ancora dentro, Mira con le pinze e i pesi, io con le natiche in fiamme.
Uscimmo in silenzio.
La regina Isolde aveva trovato un nuovo piacere: non solo comandare, ma inventare. Ogni giorno entrava nella stanza con lo stesso sorriso freddo, lo stesso abito nero aderente sul ventre arrotondato, e ogni giorno trovava una "trasgressione". Non erano errori reali. Erano scuse. Piccole, inventate, perfette per prolungare la sofferenza. E lei godeva di ogni gemito, di ogni tremore, di ogni lacrima trattenuta.
Il quinto giorno entrò all’alba per il rituale del mattino. Noi eravamo già in ginocchio, collari al collo, pronti.
Isolde si fermò davanti a Mira.
"Hai respirato troppo forte," disse. "Il tuo respiro ha disturbato la mia concentrazione mentre mi preparavo. Trasgressione."
Mira chinò la testa. Non protestò.
"Punizione: pinze con pesi doppi. E le tieni fino a sera. Se cadi o ti lamenti, aggiungo una terza pinza sul clitoride."
Prese le pinze dal baule, le applicò sui capezzoli di Mira stringendo più forte del solito. Poi agganciò pesi doppi: dischi di metallo che tiravano verso il basso, il latte che colava più abbondante, gocce bianche che cadevano sul pavimento. Mira gemette piano, il corpo che tremava, ma rimase in ginocchio.
Poi guardò Thorne.
"Tu hai spostato lo sguardo un secondo fa. Hai guardato Elara invece che me. Trasgressione."
Thorne abbassò gli occhi.
"Punizione: catena più corta. E il plug più grande."
Gli mise un collare con catena di soli venti centimetri, fissata al muro della cella. Poi prese un plug più grosso, freddo, lo lubrificò appena e lo infilò nel culo di Thorne con un colpo deciso. Lui grugnì, il corpo che si tendeva, il plug che premeva sulle pareti interne, impedendogli quasi di muoversi.
Infine me.
"Elara, hai esitato a inginocchiarti di un secondo. Il tuo ginocchio ha toccato il pavimento dopo Mira. Trasgressione."
Io chinai la testa.
"Punizione: frusta sul culo e sulle cosce. Dieci colpi. E stasera dormi nella cella legata a loro."
Mi fece chinare sul tavolo. La frusta sottile sibilò dieci volte: cinque sulle natiche già segnate, cinque sulle cosce. Ogni colpo bruciava come fuoco, lasciando strisce rosse che pulsavano. Io morsi il labbro, non gridai.
Isolde si sedette sulla poltrona, sollevò l’abito, iniziò a masturbarsi guardando noi puniti.
"Continuate il rituale," ordinò. "Mira, leccami. Thorne, capezzoli e ventre. Elara, culo. E soffrite mentre lo fate."
Mira si avvicinò strisciando, le pinze che tiravano i capezzoli a ogni movimento, il latte che colava più forte. Infilò la lingua nella figa della regina, leccando nonostante il dolore. Thorne strisciò con la catena corta, il plug che lo faceva gemere a ogni spostamento, succhiò i capezzoli di Isolde, massaggiò il ventre. Io mi misi dietro, leccai il culo della regina, la lingua profonda, mentre le strisce sulle natiche bruciavano a ogni respiro.
Isolde venne dopo otto minuti, gemendo forte, il corpo che tremava. Poi si alzò, si sistemò l’abito.
"Stasera tutti nella cella," disse. "Legati insieme. Catena al collo di Thorne, pinze su Mira, segni di frusta su Elara. Dormirete così. Senza pagliericcio. Senza calore. E se uno si lamenta, aggiungo un giorno."
Uscì.
Restammo lì, puniti, doloranti.
Mira parlò per prima, la voce rotta ma ferma.
"La regina trova scuse. E noi... soffriamo."
Thorne annuì, il plug che lo faceva gemere.
Io mi avvicinai a loro, li abbracciai piano, attenta ai pesi e alla catena.
La cella ci aspettava di nuovo. E la regina avrebbe trovato altre scuse. Ogni giorno.
La sofferenza era diventata routine. E noi la accettavamo.

Fatemi sapere se il racconto vi è piaciuto scrivendomi in DM.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
8.0
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Il principe - Cap.24 - Le punizioni:

Altri Racconti Erotici in bdsm:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni